La Calabria è stata ed è ancora terra di grande ospitalità.
Nel corso della storia non è stata solo terra di emigrazione ma ha rappresentato terra d’accoglienza per comunità e popolazioni che, altrove perseguitate, hanno cercato rifugio in questa regione.
Albanesi e Occitani sono solo un esempio di comunità che, per sfuggire a persecuzioni nelle proprie zone di residenza, hanno cercato scampo in Calabria.
L'insediamento di popolazioni di lingua e cultura albanese in Calabria risale ormai a molti secoli fa. Secondo studi storici consolidati il primo trasferimento risale al secolo XV, quando Alfonso I d'Aragona ricorse ai servizi di Demetrio Reres, nobile condottiero albanese, che portò con sé un folto seguito di uomini. La ricompensa per i suoi servigi consistette nella donazione, nel 1448, di alcuni territori in Calabria.Gli arbereshe, ovvero gli albanesi italiani, si sono insediati in particolare nel Sud fra i secoli XV e XVIII e ancora oggi, a distanza di tutto questo tempo, queste popolazioni hanno mantenuto la loro lingua e le loro tradizioni. La Calabria è stata la regione italiana che più di tutte è stata protagonista dell'emigrazione albanese, specie a partire dalla fine del'400, infatti, la nostra è la regione che conta il maggior numero di presenza arbereshe, pari a circa 30mila persone. E particolare attenzione, infatti, è riservata dalla Calabria alle etnie arbereshe, ad esempio, l'Università della Calabria ha istituito nel 1975 una sezione di “albanologia” grazie al professore Francesco Solano, oggi diretta dal docente Francesco Altimari. L'attenzione calabrese nei confronti di questa cultura d'origine balcanica è testimoniata dalle diverse associazioni che conservano e valorizzano questa cultura, in particolare nelle provincie di Cosenza e Crotone. La Lingua arbereshe, ad esempio, è parlata in alcune stazioni radiofoniche private, riviste ed emittenti televisive locali. La minoranza arbereshe è stata legalmente riconosciuta dallo Stato Italiano, con la Legge Quadro 482/99.
sabato 8 maggio 2010
mercoledì 28 aprile 2010
Alle mie alunne, che sono pazze di lui
Quando si vuole veramente qualcosa bisogna lottare con tutte le proprie forze per ottenerla, altro che arrendersi!
In bocca al lupo per l'esame!
domenica 11 aprile 2010
«Io venni a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi e ipocrisia».

Giovanni Domenico Campanella (Tommaso è il nome da frate) nasce il 5 settembre 1568 a Stilo, da un'umile famiglia calabrese. Il padre, a stento, riesce a sfamare la famiglia riparando calzari. Campanella, già da bambino dimostra un’intelligenza viva e, attratto dalla cultura dei Domenicani, aderisce a quell’Ordine ad appena tredici anni, quando entra, come novizio, nel vicino convento di Placanica. Nel convento di San Giorgio Morgeto, pronuncia i voti e prende il nome di fra’ Tommaso. Qualche tempo dopo è a Nicastro dove si dedica agli studi di logica aristotelica, quindi a Cosenza dove approfondisce le conoscenze relative alla Teologia.
Una Cronaca del tempo lo descrive come: «uomo di ingegno vivace, di alta statura, con faccia pallida, il pelo nero e i denti radi». Tommaso è avvinto dai sogni, dalla curiosità intellettuale, dall’eloquenza dei Padri Predicatori e non esita a contraddire i suoi stessi maestri.
Si dedica con fervore, e di nascosto, alla lettura di Erasmo, Marsilio Ficino, Telesio, tutti autori che criticano il pensiero aristotelico , lo scolasticismo conventuale e la corruzione della Chiesa.
Campanella si avvicina sempre più alle loro idee; è suggestionato anche dalle concezioni di Ermete, creatore dell’alchimia, e da alcuni trattati di magia e astrologia.
E’ affascinato dalla visione oggettiva ed empirica che Telesio ha del mondo, dove la Natura, al di là di qualsiasi intervento metafisico, si manifesta per se stessa ai sensi dell’uomo in quanto l’uomo è parte di essa. Crede in Dio ma, a differenza di Aristotele, non lo considera motore immobile, ma ente supremo, garante e non creatore dell’ordine universale.
Per queste idee, Campanella viene trasferito in meditazione coatta nel convento di Altomonte.
In seguito raggiunge Napoli dove frequenta l’Accademia dei Secreti di Giovan Battista Della Porta, tra i più profondi conoscitori di occultismo e scienze divinatorie.
In questo periodo pubblica, senza licenza ecclesiastica, Philosophia sensibus demonstrata .
Immediata è la reazione del Consiglio dei Padri Domenicani, così Campanella viene arrestato e sottoposto al primo processo per eresia. Viene condannato al rientro in Calabria dove dovrà attenersi alle dottrine di S. Tommaso e alle verità rivelate dalle Sacre Scritture. Campanella non obbedisce perché convinto di aver raggiunto delle certezze alle quali nessun Tribunale può imporgli di rinunciare. Va a Roma, Firenze, Bologna e Padova, dove Galileo insegnava Scienze Matematiche, ma l’Inquisizione lo controlla e comincia a sequestrare le sue carte.
Nel 1594 viene nuovamente arrestato per gravissimo sospetto di eresia, il Tribunale dell’Inquisizione gli impone la pubblica abiura delle sue dottrine. Seguono i domicili coatti a Roma nei conventi di Santa Sabina e di Santa Maria della Minerva. Poco tempo dopo, un altro processo lo obbliga al rientro in Calabria, a Stilo, nel Convento di Santa Maria del Gesù. Così all’alba del 15 agosto 1598, Campanella giunge nella città dove è nato, lo hanno isolato qui, ma nel suo cuore non è spenta la volontà di ricerca della Verità e del rinnovamento.
Riscrive in latino La città del sole dedicandola al Richelieu e continua ad interessarsi di astrologia, tanto da prevedere che l’eclissi del 1° giugno del 1639 gli sarà fatale. Si sbagliò purtroppo di poco: Campanella muore undici giorni prima, il 21 maggio del 1639 nel convento domenicano di Saint- Honoré a Parigi dove era andato a vivere.
La forza dell’utopia, il tema messianico, profetico del rinnovamento sono le componenti fondamentali da cui bisogna partire per comprendere appieno l’opera di Campanella, il quale così scrisse di sé: «Io venni a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi e ipocrisia».
Frase questa, che compendia molto bene il significato ultimo della vita e dell’opera del Campanella, e che è incisa nel Monumento a lui dedicato nella sua città natale, per ricordare a tutti la sua grandezza intellettuale e morale, che lo ha portato alla ricerca incessante della Verità e della Giustizia.
lunedì 5 aprile 2010
domenica 4 aprile 2010
VI AUGURO UNA SERENA E FELICE PASQUA

Nei miei sogni
ho immaginato
un grande uovo colorato.
Per chi era? Per la gente
dall'Oriente all'Occidente:
pieno, pieno di sorprese
destinate ad ogni paese.
C'era dentro la saggezza
e poi tanta tenerezza,
l'altruismo, la bontà,
gioia in grande quantità.
Tanta pace, tanto amore
da riempire ogni cuore.
lunedì 29 marzo 2010
Le "cuzzupe" pasquali: ricetta per preparare il dolce tipico della Pasqua
Ingredienti
600 gr di farina bianca,
15 gr di lievito di birra,
200 gr di zucchero,
100 gr di strutto,
un bicchierino di anice,
un limone,
quattordici uova
Procedimento
Preparare un panetto con un poco di farina e il lievito di birra disciolto in un poco d'acqua calda e metterlo a lievitare in luogo caldo. quando sarà ben lievitato, mescolarlo alla farina disposta a fontana sulla spianatoia, unendovi quattro uova, il liquore, lo zucchero, un pizzico di sale e, da ultimo, lo strutto ammorbidito. Lavorare a lungo ed energicamente la pasta che deve essere soda ed elastica. farne tante ciambelle o dei panetti lunghi una decina di centimetri e su ciascuno incastrare un uovo crudo. allineare le "cuzzupe" sopra la piastra infarinata, farla lievitare per un paio d'ore poi metterle a cuocere in forno caldo (220°).
600 gr di farina bianca,
15 gr di lievito di birra,
200 gr di zucchero,
100 gr di strutto,
un bicchierino di anice,
un limone,
quattordici uova
Procedimento
Preparare un panetto con un poco di farina e il lievito di birra disciolto in un poco d'acqua calda e metterlo a lievitare in luogo caldo. quando sarà ben lievitato, mescolarlo alla farina disposta a fontana sulla spianatoia, unendovi quattro uova, il liquore, lo zucchero, un pizzico di sale e, da ultimo, lo strutto ammorbidito. Lavorare a lungo ed energicamente la pasta che deve essere soda ed elastica. farne tante ciambelle o dei panetti lunghi una decina di centimetri e su ciascuno incastrare un uovo crudo. allineare le "cuzzupe" sopra la piastra infarinata, farla lievitare per un paio d'ore poi metterle a cuocere in forno caldo (220°).
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